Gavi 972



La vocazione vitivinicola del Gavi ha origini antiche,
come testimonia un documento conservato nell’Archivio di Stato di Genova,
datato 3 giugno 972 in cui si parla dell’affitto da parte del vescovo di Genova
a due cittadini gaviesi di vigne in località Meirana.


Il primo riferimento invece a impianti di «viti tutte di cortese»
si riscontra nella corrispondenza tra il castello di Montaldeo e il marchese Doria,
nel 1659.


Testimonianze della verve internazionale del Gavi risalgono al 1782,
quando il Marchese Andrea Doria scrive al fattore
le sue intenzioni di spedire il vino in America.


Nel 1798 il conte Nuvolone, vicedirettore della Società Agraria di Torino,
redige la stesura della prima ampelografia dei vitigni coltivati sul territorio piemontese
e cita il Cortese nella forma dialettale Corteis affermando che:
«ha grappoli alquanto lunghetti, acini piuttosto grossi,
quando è matura diviene gialla ed è buona da mangiare,
fa buon vino, è abbondante e si conserva».


Nel 1869, la prima commissione ampelografica della Provincia di Alessandria
presieduta dall’agronomo Carlo Leardi e dal prof. Pietro Paolo Demaria,
stilò una descrizione accurata del Cortese, definendolo, tra l’altro, particolarmente adatto alla spumantizzazione,
grazie soprattutto all’opera dell’enologo francese Luigi Oudard
(curatore delle cantine del conte di Cavour a Grinzane)


Nel 1883 Giacomo Traverso, detto il Moro esportava questo vino in Argentina,
Germania, Svizzera (al celebre grossista Roessinger di Basilea).
Nella vicina Francia il Cortese veniva inserito
nelle Mille Varietés de Vignes a opera del Pulliat nel 1888.


L’identificazione del vino con il suo territorio
è un elemento consolidato della cultura enoica
se nel 1924 Arturo Marescalchi nella sua guida ai “I Vini tipici d’Italia”
definiva i vini ottenuti da uva cortese come “Bianchi tipo Gavi”.